venerdì 27 marzo 2020

Noi, spesso invisibili agli altri, ma tremendamente reali


Oggi ho letto una notizia che mi ha turbata molto. Una ragazza di 19 anni, Emily Owen, si è suicidata, a causa dell’immensa ansia legata all’isolamento da Coronavirus. Non ci sono parole adatte per spiegare come mi sento esattamente. Un buco a livello del plesso solare e voglia di piangere. 
Ovviamente mi tocca personalmente; era autistica ad alto funzionamento, come me. Anch’io, pochi lo sanno, due giorni fa ho avuto una bruttissima crisi e sono stata molto male. Molto. Pensavo di voler morire e mi sentivo senza speranza, davanti a un buco nero, sull’orlo di un precipizio che si era via via allargato, nel corso di questi interminabili giorni. E come lei, io sono una persona tendenzialmente solare, allegra, che ha quasi sempre la battuta pronta. 
Sull’articolo c’era scritto che nessuno sapeva del suo autismo. Del mio lo sanno tutti. Ma non cambia granché. 
Molte persone non sanno cosa significhi e non hanno interesse a documentarsi. Purtroppo, a volte, anche persone che vorresti lo facessero. 
Ho scritto molte volte, cercando di spiegare cosa implichi per me questa neurologia. Non è una malattia, è un tipo differente di funzionamento neurologico. Lo stravolgimento del proprio ritmo di vita tocca tutti, ma chi conosce l’autismo sa che per noi, quasi sempre, lo stravolgimento della routine corrisponde a una grande confusione, sofferenza, stress. 
Sono tante notti che non dormo, dormo male, oppure faccio incubi. 
A gennaio avevo appena ripreso a lavorare a scuola, facendo una fatica terribile a prendere il ritmo, anche in quel caso dovendo affrontare notti semi-insonni, crisi d’ansia ed emotive, meltdown, senso di smarrimento e confusione costante. Mi ero quasi abituata e, all'improvviso, tutto è stato stravolto di nuovo. 
Poi io sono quella che si fa sentire, cerca gli altri, prova a mantenere connessioni, ma spesso nessuno mi chiede come sto. Semplicemente perché non sanno cosa posso passare in certi momenti. 
La crisi di qualche giorno fa mi ha svuotata; ho pianto per moltissime ore, ho rischiato di farmi male e ho ferito l’amore della mia vita, che non meritava certe cose che ho detto. Semplicemente perché il sovraccarico autistico è uno tsunami: è lacerante, terrificante, atroce. E, se si prolunga troppo, può portare al suicidio.
Io esco a portare il cane, a prendere il cibo per gli animali, ormai eviterò la spesa, perché rischio di accumulare troppo stress ulteriore (che già il supermercato mi crea di base). Luci al neon, gente che sbuca da ogni parte, mille prodotti, un’ora per prendere il necessario, confusa mi aggiro per gli scaffali e poi mi scoppia la testa, mi bruciano gli occhi. 
Oggi sono in lutto per Emily, ci sto veramente male. 
Aiutateci. Se sapete di avere a che fare con una persona autistica, informatevi. 
Forse, se non l’avesse nascosto, qualcuno sarebbe riuscito a starle vicino nel modo giusto. O forse no.
RIP Emily 



martedì 24 marzo 2020

Storia di Vita e Morte

C’era una volta una donna che vestiva sempre di bianco ed era molto attiva e solare, allegra e piena di energia. Aveva molti amici simili, anch’essi vestiti sempre di bianco. Ma non tutti erano iperattivi come lei; alcuni erano più contemplativi, altri semplicemente pigri, altri ancora si stancavano facilmente e non riuscivano a fare tutto. Però questa donna era fatta così, al massimo delle sue forze. Si chiamava Vita. E tutti si affidavano a lei, le volevano bene, le chiedevano consigli e prendevano esempio, più possibile, dal suo comportamento.
Chi non riusciva a essere simile a Vita, chi proprio faceva fatica ad essere sempre attivo e sorridente, se ne stava un po’ più in disparte. Ogni tanto Vita provava a coinvolgerli, ma non era semplice. Queste persone, a furia di starsene al buio, cercando di non farsi troppo vedere, per paura di essere giudicate male e prese in giro, cominciarono a diventare grigie per mancanza di sole e nella speranza di mimetizzarsi meglio.
Un giorno Vita camminava per strada e incontrò un signore. Non l’aveva mai visto prima. Se ne stava in riva al lago e pescava. Era tutto nero, con una lunga barba nera, e teneva un cappuccio sulla testa. Si vedevano solo gli occhi, sembravano color ghiaccio. Ai suoi piedi l’acqua aveva creato una pozza scura, e tutto il lago stava diventando nero come lui.
Vita chiese “Chi sei?”
E il signore rispose “Sono Morte”
“E come mai sei tutto scuro?”
“Perché la gente mi vede così”
“Che intendi?” chiese Vita.
“Intendo che le persone mi vedono come la Fine”
“Fine di cosa?”
“Fine di te, della tua guida”
“Quindi dove finisco io, inizi tu?”
“Esatto, ma la gente non ha fede in me. Ed è un errore”
“Io vorrei che te ne andassi! Non abbiamo bisogno di te!” si arrabbiò Vita.
“Io vorrei che capissi, invece” rispose Morte.
“Che cosa?”
“Che io non sono altro che un passaggio. Il passaggio a un altro stato”
“Che intendi con passaggio a un altro stato?” chiese Vita.
“Intendo dire che il mio vero colore non è questo. Ognuno di voi è tutto vestito di bianco, no? Ce la mette tutta per riuscire ad essere il più luminoso possibile, ma non sempre ci si riesce. Allora si pensa a me, come se io fossi la soluzione. Ma io non sono la soluzione, perché questo compito è tuo e non ho intenzione di rubartelo! Tu devi aiutare queste persone ad essere più luminose. Poi, una volta pronte, ci sarò io, che avvolgerò il corpo, e da bianco si dissolverà e diverrà di tutti i colori. L’anima si staccherà e passerà ad uno stato nuovo”
“Quindi tu tramuterai i miei amici in arcobaleni?”
“Esatto!”
“Allora ci sto, diventiamo amici, così potremo aiutare meglio anche tutti gli altri”
“Ci sto anch’io”
Così Vita e Morte si abbracciarono e, per un momento, tutti gli esseri umani sentirono un brivido correre dentro di loro e si sentirono completi. Ma solo per un attimo.


Il silenzio di chi ha sempre parlato troppo

Sono stanca di perdonare sempre tutti, di provare a capire, di sentire le persone, comprendere i problemi che hanno. Ma che diavolo ho che non va? Fin da piccola ho sempre parlato, parlato troppo, chiesto, indagato. In questi giorni non dormo e mi sono detta che ho sempre parlato per paura di non esistere. Se non parlo, non esisto. Era come se dovessi ricordare ai miei genitori che esistevo. Come dire “ehi, sono qui”. Poi continui a farlo anche da ragazza, da adulta, e diventa una modalità. E una persona si stanca di sbracciarsi sempre per farsi notare, per ricordare che c’è. Sono esausta. Arriva il momento in cui non ci sono più molte parole. Dicono che, a livello psicosomatico, il mal di gola venga a chi non parla. A me la gola si secca perché parlo troppo, ci sono troppo, pesto i piedi, mi incazzo, ma vorrei soltanto scomparire. Scomparire e non esserci più. Se qualcuno mi ama, verrà a cercarmi, si chiederà dove sono. Ma, per quello che è stata la mia esperienza, più cerchi di farti vedere, più facilmente verrai dimenticato, quando smetterai di sforzarti. Ora non ho più voglia di ricordare agli altri che ci sono anch’io, non ho più forza per protestare. Queste sono le ultime forze rimaste, sento persino le dita pesanti. Sono sempre venuta dopo qualcuno, forse adesso c’è una persona che potrebbe invertire questa tendenza. Ma sono talmente poco abituata, che a volte è dura rendersi conto che qualcosa di importante è cambiato. E se chiederete in giro, vi diranno che sono esagerata, perché se una persona non scompare mai, se ha sempre parlato, nessuno può immaginarsi davvero come sarà il silenzio.


Noi, spesso invisibili agli altri, ma tremendamente reali

Oggi ho letto una notizia che mi ha turbata molto. Una ragazza di 19 anni, Emily Owen, si è suicidata, a causa dell’immensa ansia legata...